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Quante tasse paga un freelance in regime forfettario

Il problema di chi inizia non è guadagnare: è scoprire a giugno che una fetta importante di quello che ha incassato serviva per tasse e contributi. In regime forfettario il calcolo è più semplice di quanto sembra, e si può gestire con un foglio e una regola fissa.

Attenzione: aliquote, coefficienti e soglie possono cambiare e il tuo caso dipende dall'attività. Usa questo schema per capire l'ordine di grandezza e conferma sempre i numeri con il tuo commercialista.

Come funziona il calcolo, in 3 passaggi

Nel forfettario non si scaricano le spese una per una: si applica al fatturato un coefficiente di redditività stabilito per la tua attività. Il risultato è il reddito su cui paghi.

  • •Passaggio 1: fatturato incassato × coefficiente di redditività = reddito imponibile lordo.
  • •Passaggio 2: reddito lordo − contributi previdenziali pagati nell'anno = reddito imponibile netto.
  • •Passaggio 3: reddito netto × imposta sostitutiva (5% nei primi anni se hai i requisiti, altrimenti 15%) = imposta da pagare.

Il coefficiente di redditività

Dipende dal codice attività: per molte professioni e servizi professionali è 78%, per il commercio e altre attività scende sensibilmente. Chiedi al commercialista quale si applica al tuo codice ATECO: è il numero che cambia tutto il conto.

I contributi: la voce che sorprende

Oltre all'imposta ci sono i contributi previdenziali, che spesso pesano più dell'imposta stessa. I professionisti senza cassa versano alla Gestione Separata INPS in percentuale sul reddito; artigiani e commercianti hanno invece contributi fissi minimi più una quota sul reddito che supera il minimale. Chi ha una cassa professionale segue le regole della propria cassa.

Esempio pratico

Un consulente con coefficiente 78% che incassa 30.000 € in un anno ha un reddito lordo di 23.400 €. Su quella base versa i contributi previdenziali, e sull'importo che resta paga l'imposta sostitutiva al 5% o al 15%. Fra imposta e contributi, la somma da mettere da parte è molto spesso tra il 25% e il 35% di quanto ha incassato.

La regola pratica: il conto accantonamento

Non provare a ricordarti quanto devi: separa i soldi. Apri un secondo conto (o un salvadanaio digitale) e ogni volta che incassi una fattura sposta subito una percentuale fissa. Quando arriva la scadenza i soldi sono già lì.

  • •Sposta il 30% di ogni incasso sul conto accantonamento (35% se hai margini alti e nessuna cassa).
  • •Non toccarlo mai per le spese correnti, nemmeno per un investimento "sicuro".
  • •A fine anno, se avanza, quello è utile vero.

Le scadenze da segnare

Il ritmo tipico prevede il saldo dell'anno precedente più il primo acconto a giugno, e il secondo acconto a fine novembre, con i contributi che seguono le loro scadenze. Segna le date sul calendario appena il commercialista te le conferma: le sanzioni per ritardo sono evitabili con due promemoria.

Le tre abitudini che ti salvano

Registra ogni fattura emessa e incassata il giorno stesso; controlla una volta al mese entrate, uscite e accantonato; tieni le ricevute in una cartella per mese. Dieci minuti a settimana valgono più di qualsiasi software.

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Domande frequenti

Il forfettario conviene sempre?

Conviene quando hai poche spese da scaricare e resti sotto la soglia di fatturato prevista. Se hai costi alti, il regime ordinario può risultare più vantaggioso: è una verifica da fare con il commercialista.

Quanto devo accantonare se ho appena iniziato?

Partire dal 30% di ogni incasso è una scelta prudente e semplice da mantenere. Dopo il primo anno hai numeri reali e puoi tarare la percentuale.

Devo pagare l'IVA?

Nel forfettario non applichi l'IVA in fattura e non la versi, con alcune eccezioni (per esempio operazioni con l'estero). Restano gli obblighi di fatturazione elettronica e di imposta di bollo nei casi previsti.

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